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Dal tetto dell’Ospedale – 20° giorno Josef Mengele vive in Basilicata. Realtà o incubo? Al dottor Josef Mengele sono attribuiti alcuni tra i più orrendi crimini nazisti, condotti dallo stesso nel più tristemente famoso campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Le sue efferatezze non si limitavano alla sola “scelta epidermica” dei prigionieri che scendendo dai treni lui destinava, anche a mezzo di una semplice strizzata d’occhio, alle camere a gas o ai lavori forzati, ma si concretizzavano in una lunghissima sequela di crimini camuffati da un incontenibile “desiderio di ricerca”. La sua bramosia di rimanere impresso negli annali scientifici nazisti si concretizzò in una lunghissima sequela di sperimentazioni su cavie umane: dalle iniezioni di fenolo puro, ai sezionamenti “in vita”, alle ricerche genetiche su forme umane “anomale” (nani, ebrei, gemelli). Il suo era puro e semplice “gaudium”, forse percepito da un apparato sensoriale aberrante e disumano che elaborava i gemiti di dolore cruentemente estratti da corpi esanimi e mutilati, per un’apoteosi di delirio di superiorità e onnipotenza. Nell’immaginario collettivo la sua sinistra figura è certamente rappresentata da un uomo magro, alto, scuro in volto, indossante una tipica uniforme grigia marcata SS, gli stivali neri e lucidissimi, l’occhio coperto da una monolente rotonda, e l’immancabile frustino nero fatto vibrare in maniera quasi maniacale. In realtà, per i suoi lineamenti somatici assolutamente “gentili”, pur se in contrasto con il suo animo efferato e crudele, si meritò l’appellativo di “angelo della morte”. A lui la storia attribuisce una rocambolesca fuga post-liberazione, con un’incerta morte tra le paludi della jungla sudamericana tra Paraguay e Brasile. Il nostro sospetto è, invece, che per gli effetti valutati direttamente sulla nostra pelle in questi ultimi frangenti, “l’angelo della morte” sia ancora vivo e vegeto, anzi, forse si annida proprio in qualche struttura della sanità lucana. Accostando in maniera comparativa gli effetti del suo operato ad Auschwitz con quanto vissuto in questi giorni dalle nostre popolazioni, possiamo tranquillamente verificare che sono in atto genocidi similari, in questo caso ai danni di popolazioni parimenti inermi, costituite stavolta non da prigionieri ebrei ma da donne, vecchi e bambini che rimangono senza parole e gemiti. La sua sete di morte viene in questo caso soddisfatta negando agli anziani ospedali idonei per indurli a fine certa, chiudendo reparti di maternità per le donne incinte, o preparando per i pazienti più piccoli pianificazioni sanitarie sperimentali di orientamento “psico-non so che…”. In realtà nessuno sa se il potere degli agenti narcotizzanti produca geni o scemi. Noi non sappiamo se il Mengele nostrano sia proprio quello dei tempi nazisti, o un diretto rampollo generato dai suoi esperimenti eugenetici di preservazione della specie, oppure un non meglio definibile prodigio di reincarnazione. Sta di fatto che nel 2010, qui in Basilicata, dobbiamo ancora fare i conti con tipi del genere. Ma se fosse ancora vivo, certamente sguinzaglieremmo anche noi un grande cacciatore di criminali nazisti come fu Simon Wiesenthal. Tinchi, 20 luglio 2010 il Comitato Cittadiniattivi di Bernalda e Metaponto e il Comitato Difesa Ospedale di Tinchi |