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L’astensionismo che, forse, ci salverà. Col termine astensionismo è uso comune definire atti di rinuncia dell’elettorato, alcuni noti, altri un po’meno. Ad esso sono state attribuite nei decenni diverse interpretazioni, più o meno variegate, adducenti spesso ad aspirazioni anarchiche, sobillatorie, cospiratorie, fino a materiali manifestazioni di volontà soppressorie della politica e dei suoi apparati di potere. Talvolta, con l’astensionismo, ci si è trovati di fronte anche ad atteggiamenti avallanti o compiacenti i sistemi in essere, coincidenti spesso con sentimenti snob o di distacco, per voluta o egoistica rinucia. E sempre più frequentemente ci siamo trovati di fronte anche a un astensionismo per così dire tattico o, meglio ancora, opportunistico: per fare alcuni esempi, quello dei referendum o degli iter legislativi in Parlamento, oppure di soggetti che, per furbizia o altro, cercano di fondare nuovi partiti del non-voto, con l’intento unico di accedere, forse, al finanziamento pubblico o al rimborso elettorale da esso determinato… Dovevamo però aspettare questi ultimi frangenti del terzo millennio per vedere all’opera nuove forme di astensionismo, talvolta più pragmatiche, altre volte interpretanti sentimenti diffusi di pacifica reattività: “l’astensione non più quale strumento di sfiducia o rassegnazione, ma segnale ancor più forte di più profonda e democratica contestazione”. Quella che sta emergendo oggi, credo, sia proprio quest’ultima variante, a diffusione sempre più esponenziale. Gli astensionisti infatti, compreso il popolo delle schede bianche e nulle, in un solo anno in Italia sono raddoppiati passando dai circa dieci milioni delle politiche 2008 ai venti milioni delle europee 2009. Senz’altro è il primo partito, se lo si cataloga secondo un’ottica puramente numerica. Ma se il nostro astensionismo sta raggiungendo livelli così elevati, non è dato a nessuno di impadronirsi o racchiudere questa nuova forma contestativa nei classici parametri di una rappresentanza partitica, perché essa è sola espressione soggettiva di disillusione individuale, della quale nessuno può appropriarsi. In effetti gli astensionisti intesi come soggetti delusi da un certo modo di fare politica sono sempre esistiti, e sono quasi sempre stati caratterizzati da un loro defilamento irreversibile dai processi del consenso politico. E’ la loro crescita numerica e abnorme che inizia a far paura! Per potersi fare carico globalmente dell’ampio e variegato popolo astensionista, che non è solo di sinistra come erroneamente qualcuno pensa -basta infatti verificare la flessione numerica dei consensi complessivi in entrambi gli schieramenti-, bisognerebbe avere una organizzazione socio-politica capillarmente diffusa sul territorio che ne interpretasse le motivazioni in un più ampio contesto, valutandone gli aspetti e le forme di diffusione negli strati sociali. Un’operazione comunque ardua e poco redditizia sotto tutti gli aspetti. Una cosa però sembra affiorare in tutta la sua piena dinamica: “l’immobilismo dell’attuale classe politica evita di entrare in sintonia con le problematiche degli astensionisti, che sono cittadini colpevolmente da essa trascurati, in certi casi ignorati, addirittura osteggiati pur se aspiranti a una società più civile, giusta, rispettosa verso chiunque, quindi più democratica”. Gli astensionisti sono cittadini che non si sentono più rappresentati dagli schieramenti attuali o dai tradizionali partiti politici! In riferimento alla velocità evolutiva della nostra società, essi vorrebbero che la rappresentatività del popolo non fosse solo scritta sulla carta, ma divenisse metodo ampiamente praticato, discusso e trasparente, applicativo e garante della democrazia partecipativa. Se partiamo da quest’ultima considerazione, il gap democratico avvertito dagli astensionisti è subito spiegato: “esso prende origine proprio dalla degenerazione dei partiti, i quali, in questi ultimi anni, si sono evidenziati in tutta la loro valenza oligarchica, molto più marcata e aggressiva rispetto a qualche decennio fa”. Ed essendo ciò comunemente recepito e vissuto dalla società civile come effettiva condizione involutiva, è da lì che bisogna partire per arrestare questa crescente emorragia. Ma non tutti i mali vengono per nuocere: anche questo tipo di astensionismo può avere senso, ed essere anzi elemento di indubbia efficacia sociale; “occorre imprimere ai partiti quelle richieste di svolte democratiche vere e necessarie, che partano finalmente dal basso per arginare i sistemi partitocratici fini a se stessi”. Se l’astensione porta a queste conclusioni essa può essere un bene pur se insufficiente. In ogni caso essa è atto che esprime la rinuncia dei cittadini alla partitocrazia, sancendone la presa di distanza, una sorta di “liberazione” dagli schemi di rappresentanza scarsamente o per niente democratici. E’ a questo punto che ogni astensionista diventa “libero”, potenzialmente disponibile al processo di costruzione di un nuovo sistema, nel quale il rapporto con l’organizzazione politica e istituzionale possa fondersi e svilupparsi partendo da una concreta e più democratica base di confronto reciproco: “quella appunto caratterizzata dal dialogo partecipativo diretto e orizzontale, e non verticale o verticistico come invece accade nei vecchi partiti”. E’ sostanzialmente da queste premesse che deve nascere non l’ennesimo partito, ma un nuovo metodo di impostazione socio-politica, che prenda come garanzie democratiche l’esclusivo approccio democratico-partecipativo nelle singole realtà locali. In questa logica, dall’astensionismo puro si può passare a una organizzazione territoriale che favorisca l’aggregazione partecipativa. In tal caso la sua leadership può agire in due modi: o garantisce una turnazione di brevissimo periodo del direttivo (uno o due mesi) onde evitare forme di accentramento o consolidamento di effetti privatistici, oppure consegue lo stesso scopo disponendo di un direttivo che si astenga sia da candidature elettorali che da qualsiasi voto politico-amministrativo, al fine di esercitare un’attività non più condizionata dalla politica, evitando accentramenti consociativi, per operare insomma a garanzia esclusiva dell’integrità del processo partecipativo. Una forma di astensione strategico-programmatica, questa, in cui la rinuncia di pochi può favorire la partecipazione di molti. In questo modo, il gruppo dirigente astensionista garantisce così di essere immune da ogni effetto corruttivo, clientelare o di convenienza conseguente alla sua funzione. In conclusione, grazie a ciò potrà finalmente prendere corpo la fase-due della ricostituzione di sistema, quella che permetterà di ricostruirlo dal basso, capace quindi di invogliare direttamente i cittadini ad una massiccia affluenza partecipativa sia nelle discussioni preventive, sia nelle fasi progettistiche elettorali, ma soprattutto nell’intero percorso di una filiera condivisa della cosa pubblica. Antonio Forcillo, Commissione di Vigilanza per la Democrazia Partecipativa (organo dirigente astensionista-programmatico del Comitato Cittadini Attivi di Bernalda e Metaponto) |